Cinque buone idee per demotivarsi al lavoro in un mondo che cambia

di Luciana Zanon

Crisi economica, globalizzazione, cambiamenti repentini e innovazioni tecnologiche stanno cambiando il granitico mercato del lavoro italiano, perfino quello inamovibile della Pubblica Amministrazione che per decenni – nella nostra mentalità italiana – ha rappresentato il non plus ultra della realizzazione lavorativa: il mitico posto sicuro.

E così mobilità, precarietà, pensione a 65 anni diventano gli spauracchi di chi – giovani e vecchi – hanno sempre considerato il famoso posto fisso come le acque tranquille in cui veleggiare al riparo dei rischi del mare aperto.

Naturalmente non è facile rivedere questa filosofia che per anni è stata la pietra miliare della nostra italica motivazione basata su parole d’ordine quali: sicurezza, prevedibilità, passaggi graduali, garanzie, responsabilità limitata e poi ancora sicurezza.
Purtroppo o per fortuna – dipende dal punto di vista da cui si osserva – le cose stanno cambiando e le trasformazioni avanzano molto più velocemente della vecchia mentalità inchiodando al malessere e alla demotivazione chi rimane ancorato agli schemi ormai desueti del secolo scorso.
E siccome al lavoro per stare bene e per essere efficaci oltre alle competenze conta parecchio anche la motivazione, ecco che questi momenti di turbolenza rischiano di trascinare gli spiriti sempre più in basso.
Ovviamente non è facile cambiare prospettiva e trasformare quelli che senza dubbio possono essere dei passaggi difficili. Nello stesso tempo coltivare credenze che rinforzano l’immagine di noi stessi come vittime sacrificali sull’altare del cambiamento non fa altro che trasformare un essere pensante dalle mille possibilità in creature informi vittime del destino cinico e baro.

E così, volendo rimanere ancorati ai vecchi paradigmi a cantare con voce lamentevole il de profundis del posto fisso, ecco qui di seguito cinque buone idee per demotivarsi al lavoro in un mondo che cambia.

“Non è giusto che a questa età mi chiedano di assumermi nuove responsabilità, solo fino a qualche anno fa alla mia età sarei già stato in pensione da parecchio, come possono pretendere ora di chiedere a me cinquantenne di avere lo stesso entusiasmo di un ragazzo di vent’anni? “
L’altra variante è: “Sono troppo vecchio per imparare cose nuove, obiettivamente il cervello a questa età è più limitato e dunque come faccio ad imparare tutte queste cose nuove che mi vengono richieste?”
Entrambe queste idee sono ottime per sentirsi inadeguati e per rinunciare a quello che è uno dei più importanti dei fattori motivazionali per l’essere umano: quello di apprendere sempre cose nuove. Basti solo pensare alla felicità di un bambino quando impara ad andare in bicicletta senza rotelle o a quella di mia zia Celestina che a 80 anni ha aperto (e gestisce) un account su Facebook.

“La nostra è proprio una generazione sfortunata, la prima che dopo tanti anni di sviluppo economico starà peggio di quella dei propri genitori. Ormai da nessuna parte gli incarichi sono più sicuri e ogni sei mesi aspetto con angoscia il rinnovo del contratto”.
Anche questa è veramente eccellente per coltivare il proprio vittimismo e per sentirsi dei perdenti già a vent’anni. La crisi del mercato del lavoro e la conseguente precarizzazione degli impieghi non sono certo auspicabili o da benedire. Allo stesso tempo crogiolarsi in questo refrain non fa altro che allontanarsi da una visione realistica di un mondo che cambia (tutte le società hanno avuto momenti di espansione alternati ad altri di contrazione economica). E nello stesso tempo impedisce di utilizzare due competenza chiave per il prossimo futuro: quella di saper gestire l’incertezza con creatività e innovazione e di utilizzare tutte le situazioni come momenti di apprendimento e di consolidamento delle proprie competenze.

“Dopo tanti anni che faccio lo stesso lavoro se mi spostano dalla mia scrivania lo considero un gran dispetto.” Naturalmente essere apprezzati e riconosciuti nel proprio lavoro è importante e vitale per la nostra motivazione. Ma vivere i possibili cambiamenti – di sede, di ufficio, di ruolo – come delle vere e proprie ingiustizie non fa altro che costringere il nostro cervello a ripetere sempre gli stessi percorsi neuronali, rinunciando alla possibilità di allargare l’orizzonte del nostro sapere e ad un’altra fonte di motivazione vitale per uomini e donne: quella di vivere le sfide come possibilità per mettersi alla prova e verificare il proprio valore.

“E’ ingiusto prendersi responsabilità che vanno oltre mio ruolo, con quello che mi pagano chi me lo fa fare di impegnarmi oltre allo stretto dovuto. Faccio le mie otto ore e chi s’è visto s’è visto?”. Senza considerare la cecità di chi, con questo slogan, butta via tutti i giorni otto ore della propria vita, questa certamente è una delle credenze più efficaci per tenere alla larga uno degli elementi fondanti delle motivazione umana: quello di provare piacere per un lavoro fatto bene e fatto con cura, così per il gusto di farlo, trovando soddisfazione nel realizzare la propria opera, piccola o grande che sia.

Facebooktwitterlinkedin

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *