Scegliere o subire la propria storia professionale? Cercare nel passato per costruire il futuro

di Luciana Zanon

Che ci piaccia o no il lavoro si sta trasformando sempre di più da occupazione di lungo periodo a una serie di ‘incarichi temporanei’ e questo non ha che fare solo con la crisi economica.

Già lo stiamo sperimentando ma possiamo facilmente immaginare che sempre più le persone nel corso della loro vita avranno numerose e diverse carriere e il rapporto lavorativo sarà sempre meno legato ad una sola organizzazione.

Non solo, i rapidi cambiamenti faranno sì che gli individui si troveranno a vivere più volte momenti di non occupazione fra un lavoro e un altro, con tutto il carico di frustrazioni o di possibilità che questo comporta.

Per l’individuo il continuo cambiamento di ruoli e di prospettive non è di per sé né un bene né un male, sicuramente però  richiede molta energia e fiducia in se stessi. Richiede la capacità di costruire la propria storia professionale, di saper integrare esperienze diverse, di dare significato anche a momenti apparentemente inutili come la disoccupazione.

Le persone dovranno essere capaci di lasciar andare quello che hanno fatto e nel contempo conservare e portare con sé ciò che sono diventate. Dovranno saper decidere continuamente, scegliere fra più opzioni, tenendo però il baricentro ben saldo senza farsi trasportare dalle correnti.

Uno strumento particolarmente utile a rimettere insieme i propri pezzetti di vita, a trovare ‘le fil rouge’ del proprio patrimonio individuale è il genogramma, una sorta di rivisitazione guidata che permette di scoprire come talenti, sogni nel cassetto, frustrazioni, aspirazioni professionali dei nostri antenati siano un’eredità che ognuno di noi si porta dentro e che agisce inconsapevolmente anche nelle scelte professionali.

Andare alla ricerca di questa eredità, oltre ad essere un viaggio emozionante fra sogni e aspirazioni passate, è una fantastica possibilità per svelare e riconoscere vincoli e risorse ereditate dalla nostra famiglia.

A volte si scopre con sorpresa che la passione di una zia è stata la nostra formidabile molla nella ricerca del lavoro giusto per noi, che un motto ripetuto dal nonno ci ha limitato nello scoprire la nostra vocazione, che (incredibilmente!) le qualità professionali che il nostro papà si attribuiva sono state fonte di grande sicurezza e così via, di scoperta in scoperta J.

Ma poi, che cosa ce ne facciamo di queste scoperte? A cosa può servire ad una persona insoddisfatta del proprio lavoro sapere che alcuni limiti che si è auto attribuita gli arrivano da un ‘detto familiare’? Oppure sapere che l’ammirazione per la zia stravagante sia stata una fonte di motivazione interna può in qualche modo essere utile a chi sta cercando una nuova occupazione?  O ancora, qual è il vantaggio per una persona che sta vivendo un momento di scarsi riconoscimenti lavorativi, ritrovarsi e riconoscersi in alcune qualità paterne?

Se mai ci fosse bisogno di rispondere a queste domande, vorrei citare la grande Etty Hillesum:

“La vita è difficile, ma non è grave. […] Una pace futura potrà esser veramente tale solo se prima sarà stata trovata da ognuno in se stesso […]. E’ l’unica soluzione possibile”.
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